UNA STORIA DI TORRENTI

Questa storia inizia con un dato di fatto, prosegue appoggiandosi a degli studi riconosciuti, e finisce con una congettura. Plausibile, ma pur sempre una congettura, che sarebbe bello qualcuno più qualificato di me potesse approfondire.

Tutto comincia l’inverno scorso, quando la poca voglia di correre in macchina ci ha portati a gironzolare per la val Zèmola.

Duranno da Cava Buscada
Il Duranno dal rifugio Cava Buscada

Chi ha voglia e tempo di guardare con attenzione le mappe della val Zèmola scoprirà che quasi tutti gli affluenti del torrente Zèmola davanti al nome hanno un “Gè”: e quindi si trova un Gè de Pezzei, Gè de Bozzia (che poi sarebbe Bothia, come il piccolo rilievo in fondo alla valle), Gè de Bedin, e così via.

Forte dei miei studi da linguista, questa cosa mi aveva incuriosita. Allora sono andata a controllare come si chiamano i torrenti delle valli contigue e ho scoperto che si chiamano Gè anche in Val Mesath, cioè quella di fronte a Casso e che sale al rifugio Casera Ditta, e nella misteriosissima Val Vajont, nel tratto oltre al capitello di Sant’Antonio Therentòn. Con una particolarità: sono tutti affluenti del corso d’acqua principale, che invece viene indicato proprio con la dicitura “torrente”.

Proseguendo verso il Friuli poi, tutti i corsi d’acqua tornano a chiamarsi “ru” o “rio”, derivato dal latino “rivus”. Che cosa strana, ho pensat. Chissà, magari anche il torrente Zèmola una volta sarà stato un “Gè Mola” e poi, una trascrizione dopo l’altra, è stato “normalizzato” diventando Zèmola. E il Cellina? Bah, chissà. Dopo questo pensiero di fanta-idronimia ho archiviato la questione.

Vajont Cava Buscada
A destra il profondo canale del Vajont dal sentiero per Cava Buscada

Passano i mesi, abbiamo continuato a camminare in montagna, cercando di percorrere in macchina meno strada possibile. E qualche settimana fa mi sono fatta un regalo: mi sono comprata una delle ultime pubblicazioni della Fondazione Angelini, Monti di Longarone.

A me Longarone piace un sacco, le montagne attorno sono selvagge e allo stesso tempo ricche di storia. E soprattutto, non essendo particolarmente glamour, come tutta la montagna di mezzo, spesso sono ignorate dagli escursionisti. Quindi, noi che siamo interessati anche agli aspetti storici ma sostanzialmente con l’obiettivo di non incrociare nessuno, nel longaronese andiamo benissimo.

In questo volume della Fondazione Angelini viene trattata anche la Val Tovanella, alla quale non mi sono mai granché interessata perché, ok rifuggere le zone troppo frequentate, ma se c’è almeno un sentiero segnalato CAI è meglio. E in Val Tovanella non ce ne sono. Però facevo male, malissimo, perché anche se non ci sono sentieri segnati in rosso, in Val Tovanella c’è un intrico di sentieri segnati in nero, quelli percorsi da cacciatori e boscaioli, e che a volte sono tenuti meglio di quelli segnati in rosso.

Monti Longarone presentazione
La presentazione del libro, che ovviamente mi sono persa

E allora detto fatto: organizziamo subito un’uscita alla scoperta della Val Tovanella. E leggendo una relazione sul sentiero che da Termine di Cadore porta a Casera Pescol, scopro che a un certo punto è interrotto da una piccola ma fastidiosa frana, in corrispondenza del Gà da Ro.

Gà da Ro. Ah.

Do un’occhiata agli altri torrenti della Val Tovanella: Gà de Bastian, Gà del Fien, qualche volta un “ru”, qui e là. A questo punto, dato che le cose importanti le dimentico subito, ma quelle superflue, signore e signori, quelle superflue mi si piantano in testa indelebili, vado a vedere anche i torrenti che scendono dal versante opposto della valle del Piave. Di fianco a Davestra scopro un Gà di Razzo che scende a precipizio dal monte Zita per tuffarsi nel Piave. Oltre lo spartiacque, un Gè de Bedin fa lo stesso per finire nello Zèmola.

Coincidenze? Io non credo.

Faccio il punto della situazione: nella zona del longaronese e sconfinando in Friuli più o meno fino al passo di Sant’Osvaldo, gli affluenti dei torrenti principali si chiamano Gè o Gà. Tutto intorno sono rio o ru di derivazione latina, oppure degli italianissimi torrenti (dal latino “torrere” «disseccare, bruciare», nel senso «che si secca in certi periodi», e poi diventato sinonimo di «impetuoso»).

Torrenti in “gà” e “gè” nel longaronese/Vajont

Una cosa che mi ricordo perfettamente dagli anni dell’università è che gli idronimi, ovvero i nomi dei corsi d’acqua, esattamente come gli oronimi, sono tra gli elementi della toponomastica più conservativi e tendono a rimanere gli stessi anche con l’alternarsi delle popolazioni e delle epoche. A volte sono davvero antichissimi. Per fare un esempio di oronimo antichissimo, restando nell’area dolomitica, possiamo citare il Pelmo, o Pelf in ladino zoldano, che deriva addirittura da una radice pre-indoeuropea che indica la roccia, dalla quale è derivato anche il tedesco “Fels”, roccia, appunto.

Ormai è assodato che i nomi di alcuni corsi d’acqua sono a volte antichissimi e derivano da lingue preromane, come il celtico o il venetico.

Per esempio il Piave, che prima di diventare fiume sacro alla patria era la Piave, ha certamente un’origine venetica, e deriva dalla radice indeuropea *plow “scorrere”, che ritroviamo anche nella parola latina “pluere”, ovvero “lo scorrere della pioggia”. Anche il nome tedesco di Sappada, Pladen/Plodn, è in rapporto con questo idronimo.

Il Brenta, o forse potremmo dire la Brenta, un tempo si chiamava Meduacus, ed è stato interpretato come un composto di due radici indoeuropee *medhu, da cui “medius”, e *ak “acqua”. Il nome Brenta è entrato nell’uso più tardi, ma si ritiene che anch’esso sia di origine prelatina, la stessa che forse ha dato vita alla parola germanica “brunnen”, “fontana”.

Un altro esempio interessante, e che ci riporta sulle Dolomiti, è il Reno: deriva dal gallico *rēnos ‘fiume’ (‘che scorre’, ‘flutto’), che a sua volta arriva dall’indoeuropeo *rei- ‘scorrere’. La stessa origine dell’idronimo cadorino “rin”. Pensate a quelli che di cognome fanno Da Rin, che cognome importante si ritrovano.

L’origine di alcuni idronimi invece rimane oscura. È il caso del Maè e del Mis, il torrente che ha ospitato l’ultima Rèunion di Altitudini.

la civiltà delle acque
Preziosi volumi che si scoprono se hai la passione per la linguistica

Detto questo, da dove arrivano i Gè e i Gà del Longaronese/Vajont?

Gli studi di idronomia non sono poi tantissimi e non ho trovato traccia di indagini specifiche sui nostri misteriosi affluenti.

Secondo Carla Marcato, docente all’Università di Udine, la radice prelatina *gava / *gaba starebbe a indicare un ‘torrentello di montagna’. Avrebbe origine a sua volta da una radice indoeuropea *gwel / *gwela / *gwle con significato di schizzare, fluire da cui si sarebbe poi formato il latino balneum = bagno, il celtico *gali = sorgente, il tedesco quelle = sorgente.

Esistono alcuni corsi d’acqua che portano chiaramente nel nome questa radice prelatina: per esempio il torrente Gava, in Liguria. Sui Pirenei il termine “gave” indica un corso d’acqua a regime torrentizio e ho scoperto che esiste tutto un bacino idrografico chiamato Grand Gave che raccoglie le acque di tutti i “gave”: Gave de Pau, Gave de Gavarnie e tantissimi altri. E si fa fatica a non notare la somiglianza con i nostri Gè de Bedin, Gà del Fien, eccetera.

Gave de Pau, Pirenei
Il Gave de Pau (da http://www.guide-bearn-pyrenees.com, autore Milos Kubus)

Interessante. Arriviamo quindi alla prima congettura: i nostri torrentelli potrebbero derivare il loro nome da una lingua prelatina, celtica o venetica? Potrebbe essere. Ma se è così, perché questo idronimo è sopravvissuto solo nelle vallate laterali del Vajont e del Piave?

Mi sono s-cervellata. Poi un giorno, dopo un’escursione sopra Longarone, mentre riempivo la borraccia alla fontana di Olantreghe, mi è venuto in mente Castellavazzo. Che deriva il suo nome dal latino Castellum Laebactium.

Certo, se pensiamo a dove sta Castellavazzo è facile intuire che fosse un punto strategico per il commercio, dato che la valle del Piave fa da naturale via di comunicazione tra la pianura e la montagna, tra l’Adriatico e l’Europa centrale. Posto ideale per costruire un castello a guardia del fiume.

Ma di nuovo qui la cosa interessante è il nome: Castellum Laebactium vuol dire Castello dei Laebactes. E Laebactes, o Lebazi, era il nome con cui i romani chiamavano gli abitanti locali, pagani nel senso di abitanti del pagus, ovvero un distretto territoriale minore che raggruppava comunità non romane.

Di questi Lebazi non sappiamo praticamente nulla. Se non che a un certo punto è stata loro regalata una meridiana, in onore probabilmente dell’imperatore Nerone, e che per commemorare questo dono è stata scolpita un’iscrizione su una base di statua che fino al 1822 faceva da supporto all’altare della chiesa di Castellavazzo.

In honorem / [Neronis] Claudi / Caesaris Augusti / Germanici. / Sex(tus) Paeticus Q(uinti) f(ilius) / Tertius et C(aius) / Paeticus Sex(ti) f(ilius) / Firmus / horoligium cum sedibus / paganis Laebactibus / dederunt.

Questa iscrizione è l’unica testimonianza scritta che abbiamo che cita l’esistenza dei Lebazi. A ben vedere, non sappiamo nemmeno come definivano sé stessi, dato che Laebactes è il nome con cui li chiamavano i romani. Di certo però non erano romani, visto che proprio l’iscrizione li definisce pagani.

Quindi l’area di Castellavazzo era organizzata in un pagus che, secondo gli studiosi, corrispondeva all’area della pieve medievale di Castellavazzo, quindi anche Longarone, Codissago, Casso, Soverzene, Fortogna e Igne.

E qui arriviamo alla seconda congettura.

I Lebazi erano celti o venetici? È lecito farsi questa domanda, dato che secondo Polibio “i Veneti, per costumi e abbigliamento, sono poco differenti dai Celti, ma usano un’altra lingua”. Le iscrizioni venetiche hanno rivelato che questa lingua era più affine al latino che al celtico.

Le Dolomiti erano abitate in epoca preromana sia dai veneti che dai celti. Lo sappiamo, perché le iscrizioni trovare nel sito di Làgole, a Calalzo di Cadore, sono attribuite ai veneti. D’altra parte però il termine “Cadore” sembra derivare dal celtico catu (battaglia) unito a brigum (roccaforte): Potrebbe essere stato il nome dell’attuale Monte Ricco, dove esisteva un antico castelliere, ovvero un piccolo insediamento protostorico fortificato.

i celti in europa
I Celti in Europa (da alberiraccontano.wordpress.com)

E quindi, erano celti questi Lebazi? E sono stati loro a battezzare i corsi d’acqua “Gà” e “Gè”? Vuoi vedere che ci hanno lasciato in eredità il modo in cui chiamavano i torrenti?

A me piace pensare che sia proprio così, anche se è solo una congettura. È importante? Se fosse vero, io lo trovo straordinario. E non solo per una questione di “identità”, credo che nessuno oggi a Castellavazzo senta il bisogno di vantare origini celtiche. E nemmeno solo per una ragione storica e linguistica. Penso che sia straordinario perché ancora una volta è dimostrato come il territorio in cui viviamo conservi la memoria del passaggio nostro e di chi è venuto prima di noi, fino all’alba della storia. Una memoria che possiamo ripescare quando vogliamo, se abbiamo attenzione e rispetto per il luogo che abitiamo.

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casera palaza

In realtà a casera Palaza c’ero già stata, in un certo senso, seduta al tavolo della cucina una sera d’inverno di qualche anno fa. O almeno ero convinta che fosse casera Palaza. Che nome: una si immagina chissà che costruzione. Ci siamo stati oggi. E abbiamo scoperto che anche qui, in questo angolino davanti al versante nord del Serva, Vaia ha colpito duro: il tetto della casera è stato sfondato dagli schianti e tutto attorno gli alberi sono spezzati a metà. Più che una tempesta di vento, qui sembra che sia esplosa una bomba. Tanto per restare in tema. Sicché il bosco del disegno non esiste più.

MatanË Malit

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2021

Matanë Malit è il titolo del primo album della cantante albanese Elina Duni. Matanë Malit significa “oltre le montagne” ovvero il luogo verso cui la gente dei Balcani, da secoli, emigra in cerca di un futuro migliore. A volte chi parte non ha possibilità di scelta e si trova a scalare, suo malgrado, una montagna apparentemente invalicabile. Matanë Malit. A volte invece il viaggio è tutto interiore, quando ci rendiamo conto che qualcosa è cambiato, e che la partenza non può essere rimandata. Nonostante le premesse, tuttavia, con la giusta dose di coraggio e determinazione, possiamo trovare aiuti insperati. Proprio come suggerisce il pianoforte nella canzone “Ka Një Mot”.

Lagune solitarie

Anni fa, in una vita passata, abbiamo fatto il giro dell’Islanda.

Le tappe mi sono piaciute tutte, ma quella che mi è rimasta più impressa è stata la costa meridionale. Una sera ci siamo fermati in un ostello in mezzo al niente, ma in lontananza si sentivano le onde infrangersi su una misteriosa battigia.

Decidiamo di andare a vedere la spiaggia che sembra essere lì a due passi. Tanto il cielo è chiaro e c’è una luna bellissima, bassa sull’orizzonte. Abbiamo camminato tipo due ore, le onde parevano sempre lì, ma nessuna spiaggia sbucava all’orizzonte.

In compenso c’era un meraviglioso e intricato paesaggio fatto di prati, acquitrini e corsi d’acqua purissima che con l’avanzare della notte mandavano su una nebbiolina lattiginosa.

Un benessere e una pace che poi raramente ho riprovato.

Luna in Islanda, laguna, mare, blu, notte

Una scheggia di luce dal passato

Qualcuno ha aperto una scatoletta.

Non sappiamo bene quando, ma circa cento anni fa. Circa cento anni fa qualcuno ha aperto una scatoletta, forse di carne? Forse. Se ne trovano, rese quasi trasparenti dal tempo, con ancora la scritta “carne di bo…”. Bovino? Migliaia di scatolette tutte uguali.

Qualcuno circa cento anni fa stava qui, in una di queste baracche tra le Tofane e il Lagazuoi a 2500 metri di quota, a patire il freddo, la paura, ad aspettare qualche ordine superiore, la battaglia l’indomani, una lettera da casa, come migliaia di altre persone, e a un certo punto ha pranzato, o forse cenato, per l’ennesima volta o per l’ultima, con una scatoletta. E ha buttato via l’apriscatole. Magari l’ha lanciato nel buio, pensando a qualcosa o forse a niente, e dall’altra parte del buio, cento anni dopo, l’apriscatole è atterrato davanti ai miei scarponi. Una scheggia di luce, un sottilissimo filo teso da una parte all’altra del tempo.

Da una mano sconosciuta alla mia.

Boschi solitari per incontri imprevedibili

Adesso, potreste dirmi che sono un po’ rimbambita, e non me la sentirei di darvi torto.

Ma oggi siamo andati a camminare in uno di quei posti fuori mano dove passa gente tipo una volta alla settimana, e a un certo punto sul sentiero abbiamo visto un culo peloso tagliare l’angolo e dileguarsi. Eravamo abbastanza vicini, ma è stata questione di due secondi.

Troppo piccolo e tarchiato per essere un cervo, troppo scuro per essere un camoscio (che poi in questa stagione non stanno in mezzo ai boschi), di certo non era un capriolo. Troppo grande per essere un cinghiale. Il sentiero poi era sassoso, e non abbiamo sentito rumore di zoccoli, senza contare che non c’erano da nessuna parte i regalini puzzolenti che gli ungulati dispensano con generosità.

Ma soprattutto il culo aveva il pelo medio lungo e un’andatura veloce ma come dinoccolata. Io adesso non so, di cervi e camosci e caprioli ne ho visti parecchi, ma mi piace pensare che forse c’è la remota possibilità che oggi io e Francesco abbiamo visto un orso.

(E anche la sola remota possibilità mi fa schizzare la gratitudine nei confronti dell’universo a livello fuori scala proprio)

Boschi solitari